"Come un altro, o Antifonte, si compiace di un bel cavallo, o di un cane, o di un uccello,
così e ancor di più, io traggo piacere dai buoni amici,
e se so qualcosa di buono.. lo insegno loro".


martedì 20 settembre 2016

#9 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Materializzazione dell'autopoiesi.

Dimostrando che l’autopoiesi è necessaria e sufficiente per la comprensione di tutti i fenomeni biologici, è possibile confermare l’ipotesi che i sistemi viventi siano sistemi autopoietici fisici.

NOZIONI DESCRITTIVE E CAUSALI.
Un sistema autopoietico è definito come unità dalla sua organizzazione autopoietica. Tale organizzazione autopoietica trova realizzazione nello spazio fisico attraverso la produzione di componenti definite da specifiche relazioni con l’organizzazione e che ne garantiscono il mantenimento. Le componenti di un sistema autopoietico sono legate all’organizzazione che le produce da:
I)                  Relazioni di costituzione: determinano i confini fisici del sistema autopoietico e in definitiva il suo dominio topologico.
II)               Relazioni di specificità: determinano le proprietà dei componenti prodotti dall’organizzazione autopoietica del sistema.
III)            Relazioni d’ordine: controllano velocità e dinamica nella produzione di relazioni di costituzione, specificità e ordine.
La cellula è un sistema autopoietico e come tale la sua organizzazione si realizza nello spazio fisico attraverso la produzione di componenti con relazioni di costituzione, specificità e ordine. La cellula determina i propri confini fisici attraverso la produzione di molecole che regolano la distanza necessaria tra i suoi componenti affinché questi conservino le relazioni (costituzione, specificità, ordine) che li definiscono. Attraverso la produzione di acidi nucleici e di proteine la cellula determina l’identità delle relazioni che definiscono i suoi componenti. Attraverso la produzione di certi componenti, specie proteine e acidi nucleici, la cellula controlla la velocità di produzione di componenti con relazioni di costituzione, specificazione e ordine.
Le relazioni di produzione all’interno del sistema omeostatico cellula sono coordinate in maniera tale che essa conservi costantemente il proprio carattere unitario determinato dall’autopoiesi: il suo mantenimento garantisce il protrarsi dell’esistenza della cellula.

ORIGINE DELL’AUTOPOIESI.

L’autopoiesi può avere origine in un sistema molecolare solo laddove la sua organizzazione dia luogo a processi di produzione di componenti definiti da relazioni di costituzione, specificità e ordine, coordinate in maniera tale da garantire il mantenimento dell’organizzazione stessa che li produce. L’autopoiesi ha origine, cioè, se il sistema molecolare trova realizzazione in uno spazio fisico attraverso una struttura subordinata al mantenimento dell’autopoiesi stessa. 

#8 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Non necessità della Teleonomia.

Teleologia e teleonomia sono nozioni non-necessarie per la comprensione dell’organizzazione vivente.

MANCANZA DI SCOPO.
La teleonomia, ossia la presenza di un elemento di scopo, è sempre stata considerata come un aspetto necessario e sufficiente per la caratterizzazione degli esseri viventi. L’ontogenesi, ossia la storia individuale dell’organismo, corrisponderebbe al cammino di sviluppo verso lo stato adulto che permetterebbe al sistema vivente di eseguire certe funzioni in relazione al progetto innato che lo definirebbe in relazione all’ambiente. La filogenesi, ossia la storia della specie, individuerebbe un cammino di trasformazioni adattive attraverso la riproduzione che avrebbe lo scopo di soddisfare il progetto innato della specie in relazione all’ambiente. Le nozioni di fine o scopo, tuttavia, non hanno nulla a che fare con l’organizzazione della macchina, autopoietica o allopoietica che sia,ed esistono unicamente nel dominio descrittivo dell’osservatore che vede la macchina operare trasformazioni entro il suo dominio cognitivo. Le macchie autopoietichepossono essere perturbate da eventi indipendenti e compensare tali perturbazioni attraverso cambiamenti interni subordinati al mantenimento dell’organizzazione della macchina. Ogni relazione tra questi cambiamenti e le perturbazioni che agiscono sulla macchina sta esclusivamente entro il nostro dominio cognitivo. Stessa cosa vale per la nozione di funzione che l’osservatore attribuisce alle componenti di macchina come relazione tra i cambiamenti di stato dei componenti e lo stato che essi originano nel sistema totale.

Le nozioni di scopo e funzione hanno valore esplicativo solo per l’osservatore, che può servirsene per orientare un eventuale ascoltatore verso un certo dominio di pensiero. La teleonomia si rivela, pertanto, un artificio descrittivo: i sistemi viventi sono sistemi senza scopo.

INDIVIDUALITA’.
Messo da parte il problema della teleonomia, l’organizzazione vivente sembra ora costituire la questione centrale per la comprensione degli esseri viventi. L’organizzazione autopoietica dei sistemi viventi, subordinando ogni cambiamento interno al mantenimento dell’organizzazione stessa, specifica gli organismi come unità, individui. Se il subordinamento dei cambiamenti interni dell’organismo al mantenimento dell’organizzazione non avesse luogo, il sistema vivente perderebbe quell’aspetto della sua organizzazione che lo definisce come unità e si disintegrerebbe. L’ontogenesi dei sistemi viventi, dunque, non è il cammino di sviluppo da uno stato embrionale incompleto verso uno stato maturo e definitivo, ma l’espressione del divenire di un sistema che in ogni momento è l’unita nella sua pienezza. L’organismo agisce sempre e solo nel presente. La nozione di tempo, come quella di sviluppo, appartiene solo al dominio cognitivo dell’osservatore. 

#7 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Sulle macchine, viventi e non.

LE MACCHINE.
Le macchine sono sistemi hardware concreti, unità formate da un certo numero di componenti caratterizzate da certe proprietà.  Alcune proprietà delle parti costituenti di una macchina sono rilevanti nella misura in cui rendonopossibile per essa le interazioni e le trasformazioni che la definiscono; tutte le altre proprietà delle componenti di una macchina che non partecipano al suo funzionamento sono irrilevanti e possono variare liberamente. Le relazioni esistenti tra le componenti di una macchina, che la definiscono come unità e che determinano le interazioni e le trasformazioni per essa possibili costituiscono l’organizzazione della macchina. Le proprietà delle componenti di una macchina che la integrano in un dato spazio costituiscono la struttura della macchina (forma, colore...). Una macchina può essere realizzata con strutture assai diverse, l’importante, per il suo corretto funzionamento, è che le relazioni tra le varie componenti siano conservate secondo quanto prescritto dall’organizzazione della macchina. Le macchine costruite dall’uomo sono sempre progettate per raggiungere un certo scopo, il quale si realizza nel prodotto dell’operare della macchina. Lo scopo o il fine di un sistema non definiscono in alcun modo l’organizzazione della macchinaed esistono unicamente nel dominio descrittivo dell’osservatore che vede la macchina operare trasformazioni entro il suo dominio cognitivo.

LE MACCHINE VIVENTI.
Analizzando l’organizzazione degli esseri viventi e le proprietà che da essa emergono è possibile mostrare come anche essi siano macchine.
Che tipo di macchine sono gli esseri viventi?

MACCHINE AUTOPOIETICHE
Unamacchina autopoietica è una macchina omeostatica che mantiene continuamente costante la propria organizzazione in una rete di processi di produzione dei suoi propri componenti, i quali, attraverso le loro interazioni e trasformazioni, rigenerano e realizzano la stessa rete di processi che li ha prodotti e costituiscono la macchina come un’unità concreta nello spazio fisico in cui i componenti esistono, specificando il dominio topologico del sistema.

Una macchina autopoietica, in quanto unità la cui organizzazione è definita dalla rete di processi di produzione delle proprie componenti, differisce necessariamente da altri tipi di unità la cui organizzazione è definita dai componenti stessi o dalle relazioni statiche esistenti tra essi. Le macchine autopoietiche differiscono, cioè, dalle macchine allopoietiche (costruite dall’uomo) e dalle entità fisiche naturali.

In una macchina allopoietica, per esempio un’automobile, l’organizzazione è data in termini di concatenazione di processi che differiscono dai processi di produzione di componenti, tipici dell’organizzazione autopoietica, nella misura in cui non sono processi di produzione di componenti, dato che i componenti di un’automobile sono prodotti dall’uomo esternamente ad essa. Le macchine di questo tipo sono sistemi dinamici non autopoietici.
In un’unità fisica naturale, ad esempio un cristallo, le relazioni spaziali tra i componenti definiscono un’organizzazione a reticolo che inserisce quell’unità all’interno di una classe morfologica particolare. Nelle macchine autopoietiche le relazioni spaziali tra i componenti non possono in alcun modo costituire elementi sufficienti a definire quella macchina come autopoietica, e questo perché, essendo tali relazioni specificate dalla rete di processi di produzione dei componenti che costituisce l’organizzazione del sistema, esse sono necessariamente in continuo cambiamento. I cristalli sono statici.

Le conseguenze dell’organizzazione delle macchine autopoietiche sono importantissime:
I)                  Le macchine autopoietiche sono autonome perché subordinano ogni cambiamento al mantenimento della propria organizzazione. Le macchine allopoietiche non sono autonome perché, essendo progettate per rispondere ad uno scopo imposto dall’uomo, ogni cambiamento è in esse subordinato a qualcosa di diverso da loro stesse.
II)               Le macchine autopoietiche hanno individualità perché, mantenendo costante la propria organizzazione in ogni momento, preservano un’identità indipendente dalle interazioni con l’osservatore. Le macchine allopoietiche non hanno individualità perché il loro operare in funzione di un prodotto diverso da loro stesse non determina alcuna identità. L’identità delle macchine allopoietiche dipende dall’osservatore.
III)            Le macchine autopoietiche specificano i propri confini nei processi di autoproduzione determinati dalla loro organizzazione. I confini delle macchine allopoietiche sono definiti dall’osservatore che, specificando le superfici di input e output della macchina, determina cosa le appartiene nelle sue operazioni e cosa no.
IV)             Le macchie autopoietiche non hanno input né output. Esse possono essere perturbate da eventi indipendenti e compensare tali perturbazioni attraverso cambiamenti interni subordinati al mantenimento dell’organizzazione della macchina. Ogni relazione tra questi cambiamenti e le perturbazioni che agiscono sulla macchina sta esclusivamente entro il nostro dominio cognitivo.

La struttura di una macchina autopoietica, ossia il modo in cui la sua organizzazione può essere integrata nello spazio fisico, determina, a seconda delle proprietà dei materiali che ne compongono le parti, le perturbazioni che essa può subire senza disintegrarsi e perdere l’autopoiesi (senza perdere, cioè, quelle relazioni tra le componenti che garantivano il mantenimento dell’organizzazione del sistema). La struttura di una macchina autopoietica determina il dominio di interazioni nel quale può essere osservata. Conseguenze:

I)                  Come osservatori possiamo descrivere le macchine autopoietiche come parte di un sistema più grande che determina gli eventi indipendenti che la perturbano. Possiamo considerare tali eventi perturbanti come input e i cambiamenti di stato della macchina autopoietica come output. La macchina autopoietica diventa, nel nostro dominio descrittivo, una macchina allopoietica.
II)               Come osservatori possiamo analizzare una macchina autopoietica e trattare tutti i suoi meccanismi interni come se fossero macchine allopoietiche, una volta definite le loro superfici di input e output.

SISTEMI VIVENTI
I sistemi viventi trasformano materia dentro sé stessi in modo tale che il prodotto del loro operare è la loro propria organizzazione; inoltre se un sistema fisico è autopoietico esso è vivente. I sistemi viventi sono con evidenza macchine autopoietiche. Non tutti, in ogni caso, sono propensi ad accettare l’equivalenza ‘macchine autopoietiche – esseri viventi’, questo perché le macchine sono considerate artefatti umani con proprietà deterministiche conosciute che li renderebbero perfettamente prevedibili, mentre i sistemi viventi sono considerati autonomi e imprevedibili. Se i sistemi viventi fossero macchine, allora si dovrebbe accettare l’idea che essi possano essere progettati e costruiti dall’uomo. Una posizione simile sembrerebbe poggiare sull’antica e ingenua convinzione che i sistemi viventi siano troppo complessi per essere compresi e che i principi che li generano siano intrinsecamente inconoscibili. Coloro che ritengono inconoscibile la natura della vita distinguono un essere vivente in virtù del possesso di certe caratteristiche, specie le capacità di evoluzione e riproduzione, ma, paradossalmente, rifiutano l’autopoiesi come sistema concettuale in grado di integrare tutte quelle caratteristiche.  Si potrebbe anche pensare che l’osservazione e l’esperienza siano più che sufficienti al fine di distinguere un sistema vivente e che di fatto non vi sia alcun bisogno di un’analisi teorica in proposito. In realtà nessuna osservazione e nessuna esperienza possono avere senso al di fuori di un’analisi teorica nella quale aver avuto luogo.


Tutta la fenomenologia dei sistemi viventi dipende dall’autopoiesi.

lunedì 19 settembre 2016

#6 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Introduzione.

Nella nostra esperienza comune interagiamo continuamente con sistemi viventi che ci appaiono come entità autonome e diversissime, caratteristiche che si manifestano nella capacità di questi organismi di mantenere la propria identità attraverso ogni interazione e nelle variazioni delle modalità con cui tale identità è preservata. L’autonomia e la diversità, quali caratteristiche distintive degli esseri viventi sono state al centro della curiosità dell’uomo circa la vita fin da tempi assai remoti.
Con Aristotele si assistette alla nascita del vitalismo e al riconoscimento, nei sistemi viventi, di una componente finalistica che mirava alla realizzazione delle forme. Dopo Aristotele, la ricerca di una qualche forza organizzante non-materiale (che giustificasse l’evidente autonomia degli organismi) continuò nell’indagine biologica. L’impossibilità di rinvenire alla base dell’organizzazione vivente altro da molecole, interazioni materiali e altri fattori fisici e chimici governati da leggi prive di scopo, condusse all’affermarsi della visione meccanicistica. L’organizzazione vivente sembrava non necessitare di alcuna forza organizzante-vitale di tipo non materiale.
Allo stesso tempo la genetica e il pensiero darwiniano fornivano un’interpretazione della vita tale da escludere l’intervento di una qualche forza indirizzante peculiare, spostando, inoltre, l’attenzione dall’analisi biologica dell’organismo individuale all’analisi biologica della specie, neutralizzando, in definitiva, la diversità come fonte di ostacoli nella comprensione dei sistemi viventi.
La spiegazione fisico-chimica e quella evolutiva sono oggi intrecciate l’una con l’altra e consentono la comprensione della riproduzione, della variazione e della loro genesi. Le antiche problematiche, autonomia e diversità, non sembrerebbero più costituire un problema (l’autonomia dipende da fattori fisico-chimici, la diversità è ricondotta alla variazione evolutiva). Tuttavia una questione rimane aperta: Che cos’è che ci permette di distinguere un sistema vivente come tale, se non si tratta di un principio organizzante non-materiale di qualche sorta?
Tutti i sistemi viventi sono accomunati dal possesso di un’organizzazione, indipendentemente dalla natura dei loro comportamenti. Un sistema vivente è una macchina e come tale è definito dalla propria organizzazione e può essere spiegato solo nei termini di relazioni e mai come insieme di proprietà delle singole componenti.
Che cos’è l’organizzazione dei sistemi viventi?
Che tipo di macchine sono i sistemi viventi?
In che modo l’organizzazione dei sistemi viventi determina la loro riproduzione ed evoluzione?

#5 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Biologia della Cognizione, 1970 - Implicazioni etiche.

I)                    La vita dell’uomo è profondamente influenzata dalla dimensione dell’autocoscienza: attraverso l’auto-osservazione dei propri comportamenti l’uomo genera l’etica e la morale. Viviamo all’interno di un dominio di descrizioni che muta di continuo, generato dall’interazione ricorsiva con le descrizioni che compiamo. Nella misura in cui delle interazioni garantiscono il mantenimento della nostra organizzazione circolare, esse costituiscono la nostra fonte di riferimento finale per condotte valide all’interno del dominio di descrizioni in cui operiamo e vanno a costituire, in definitiva, i nostri punti di riferimento per verità e valori. In ogni caso, il fatto che i sistemi viventi siano auto-referenziali implica necessariamente che ogni riferimento per le condotte di un organismo sia relativo, che, in definitiva, non esistano valori assoluti e che tutte le verità e le falsità nel dominio culturale siano relative.
II)                  La funzione basilare del linguaggio non è la trasmissione di informazioni da un sistema vivente ad un altro, ma la creazione di un dominio consensuale di comportamento tra sistemi linguisticamente interagenti mediante lo sviluppo di un dominio cooperativo di interazioni. Ciascun parlante, in ogni caso, agisce esclusivamente nel proprio dominio cognitivo, nel quale ogni verità definitiva è tale in virtù delle personalissime esperienze di quel sistema vivente. Il comportamento linguistico non può prescindere dalle verità individuali degli organismi interagenti, cosicché nessuno può convincere qualcuno di un qualche cosa che non fosse già implicitamente presente nel dominio di convinzioni di quel qualcuno.  (Se la mia esperienza del fuoco mi ha insegnato che toccandolo mi scotto, nessuno potrà mai convincermi del contrario).

III)                L’uomo è un animale razionale, che, come tale, riferisce costantemente ogni sua condotta ad un sistema di verità accettato arbitrariamente dal suo ambiente culturale di riferimento: ricorre a Dio come fonte assoluta di verità o si rifugia nella razionalità come sistema universale di valori. Così facendo, però, egli non fa altro che sfuggire a quello che è il suo compito di animale auto-cosciente: Gehlen direbbe ‘’il prendere posizione circa sé stesso’’, lo scegliere cioè, in maniera esplicita, una cornice di riferimento per il proprio sistema di valori, un sistema di verità che sia frutto della sua esperienza individuale e che sia volontariamente progettato per assecondare i suoi desideri, non più i suoi bisogni e che definisca le caratteristiche del mondo culturale e materiale in cui egli VUOLE vivere.

#4 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Biologia della Cognizione, 1970 - Conclusioni.

Attraverso la descrizione dell’organizzazione circolare auto-referente dei sistemi viventi sulla Terra e l’analisi dei domini di interazioni specificati da quest’ultima, è possibile mostrare l’emergere dell’osservatore: un sistema vivente auto-referente in grado di compiere descrizioni e di generare un dominio linguistico consensuale e un dominio di autocoscienza.
Conclusioni:
I)                  I sistemi viventi sono sistemi omeostatici dotati di un’organizzazione circolare omeostatica che assicura la produzione e il mantenimento dei componenti che la specificano, in modo tale che il prodotto del loro mantenimento è la stessa organizzazione che li produce. La nozione di componenti, in verità, esiste solo nel dominio cognitivo dell’osservatore – che se ne serve per descrivere l’organizzazione vivente – e non appartiene al sistema vivente che, come unità, non ha parti.
II)               La particolare organizzazione di un sistema vivente specifica per esso un dominio chiuso di interazioni: il dominio cognitivo. L’organismo non può entrare in interazioni che non siano specificate dalla sua organizzazione. L’agire dell’organismo all’interno del proprio dominio cognitivo corrisponde al processo di cognizione dell’organismo. Il processo cognitivo degli esseri umani differisce da quello degli altri organismi solo per il tipo di interazioni che esso implica, in primo luogo le interazioni linguistiche. L’inferenza induttiva è fondamentale per il processo cognitivo: essa fa sì che ogni esperienza sia per l’essere vivente l’esperienza di un caso generale, che ogni interazione, cioè, sia ricondotta al suo essere elemento di una classe di interazioni. L’inferenza induttiva è un processo del pensiero, indipendente dalla storia dell’organismo: Anche se le interazioni passate costituiscono la base delle inferenze induttive presenti (nella misura in cui un’interazione presente è ricondotta ad un certo tipo di interazioni sperimentate nel passato), esse non partecipano al processo induttivo. L’organismo agisce sempre e solo nel presente; la nozione di tempo (passato, presente e futuro) esiste solo nel dominio cognitivo dell’osservatore.
III)            La funzione basilare del linguaggio non è la trasmissione di informazioni da un sistema vivente ad un altro, ma la creazione di un dominio consensuale di comportamento tra sistemi linguisticamente interagenti mediante lo sviluppo di un dominio cooperativo di interazioni. Le interazioni linguistiche orientano l’ascoltatore entro il proprio dominio cognitivo senza specificare la condotta che ne deriverà.
IV)             Per mezzo del linguaggio noi interagiamo all’interno di un dominio di descrizioni che è allo stesso tempo limitato e infinito. Limitato perché tutto ciò che diciamo è una descrizione, infinito perché interagendo con lo stato di attività che rappresenta la descrizione che effettuiamo, possiamo generare una nuova descrizione comunicativa che orienta verso la precedente e così via, in maniera ricorsiva potenzialmente infinita. Allo stesso modo, effettuando un’auto-descrizione, ed interagendo con lo stato di attività che vi corrisponde siamo in grado di generare descrizioni che orientano verso l’auto-descrizione, in maniera ricorsiva potenzialmente infinita: diamo sostanza, cioè, al dominio dell’autocoscienza, anch’esso limitato ed infinito.
V)                L’osservatore guarda all’organismo da un punto di vista esterno, come giacente in un ambiente e come parte del suo dominio di interazioni. È in virtù di ciò che, nelle proprie descrizioni, l’osservatore parla dell’organismo come un sistema diretto verso fini. Questa teleonomia, in verità, è tale solo nel dominio cognitivo dell’osservatore. Per il sistema vivente, infatti, esiste solo una sequenza di stati auto-subordinati.
VI)             L’organizzazione dei viventi è completamente autoreferente: essi prevedono dinamiche di input-output solo nel dominio descrittivo dell’osservatore. Nell’organizzazione dei sistemi viventi, il ruolo delle superfici effettrici è solo quello di mantenere costanti gli stati stabili dalle superfici ricettrici, non di modificare l’ambiente in cui esso esiste.
VII)          Il dominio cognitivo dell’osservatore è limitato e infinito. Egli può interagire con le rappresentazioni delle proprie interazioni in maniera ricorsiva e senza fine, generando relazioni tra domini altrimenti indipendenti. L’osservatore, attraverso l’invenzione di relazioni, può, cioè, generare novità e allargare continuamente il proprio dominio cognitivo: l’osservatore è capace di creatività.
VIII)       Un comportamento è logico o contraddittorio solo nel dominio cognitivo dell’osservatore. L’osservatore definisce un comportamento come una sequenza deterministica di stati di attività nervosa nella quale ciascuno stato determina il seguente entro la medesima cornice di riferimento: egli reputa che per certi stimoli sia logico assistere al verificarsi di un certo tipo di comportamento. Se nel corso della sintesi di un comportamento avviene un cambiamento nella cornice di riferimento, si verifica un comportamento nuovo, che l’osservatore giudica contraddittorio rispetto alle proprie previsioni. L’osservatore giudica una condotta come logica o contraddittoria, dunque, in relazione ad una cornice che egli stabilisce.
IX)             La nozione di ‘’realtà’’come universo di entità indipendenti è una finzione del dominio descrittivo dell’osservatore. Noi non siamo in grado di dire nulla su tutto ciò con cui non possiamo interagire e un’entità è descrivibile solo nella misura in cui il suo dominio di interazioni comprende interazioni con l’osservatore, ossia relazioni.  Ciò che chiamiamo realtà è l’insieme delle unità di interazioni che possiamo descrivere interagendo con esse. Noi viviamo all’interno di un dominio di descrizioni interagendo con le quali possiamo ampliare il nostro dominio cognitivo all’infinito. Al di fuori delle nostre descrizioni, non esiste realtà conoscibile e…’’su ciò di cui non possiamo parlare, dobbiamo tacere’’, come suggeriva Wittgenstein.
X)                Poiché osserviamo i sistemi viventi interagire e generare comportamenti entro un ambiente, affermiamo che il sistema nervoso e il sistema genetico dell’organismo codificano informazioni sull’ambiente rappresentandolo nella propria organizzazione funzionale. In realtà la nozione di ‘’informazione’’ esiste solo nel nostro dominio cognitivo. I sistemi viventi non codificano descrizioni di un ambiente che esiste solo per noi, ma processi di trasformazione di stati interni a partire da stati iniziali.
XI)             L’osservatore può generare infinite relazioni tra domini differenti, attraverso l’interazione con gli stati congiunti di attività nervosa determinati dall’interazione entro questi domini. Le relazioni generate tra domini differenti costituiscono un dominio di relazioni all’interno del quale l’osservatore interagisce come sistema pensante, senza però ridurre un dominio di interazioni ad un altro. Rimaniamo sempre all’interno del nostro dominio descrittivo e ogni nostra spiegazione di qualcosa è sempre una riproduzione operata attraverso gli elementi del nostro dominio di interazioni, e non è mai quella cosa stessa, i cui elementi costituenti e il cui funzionamento sono definiti all’interno di un dominio di interazioni che non è il nostro.


I sistemi viventi e il loro sistema nervoso non sono fatti per trattare un medium, anche se sono diventati ciò che sono proprio attraverso l’evoluzione del trattamento del loro medium.

#1 Consigli e domande frequenti: Filosofia Teoretica, Renata Viti Cavaliere. [Vincenzo]