"Come un altro, o Antifonte, si compiace di un bel cavallo, o di un cane, o di un uccello,
così e ancor di più, io traggo piacere dai buoni amici,
e se so qualcosa di buono.. lo insegno loro".


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martedì 20 settembre 2016

#11 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Presenza dell'autopoiesi.

L’autopoiesi nello spazio fisico è necessaria e sufficiente per caratterizzare un sistema come un sistema vivente. Tutti i fenomeni biologici, a partire dalla riproduzione e dall’evoluzione, dipendono dall’autopoiesi di un’unità autopoietica fisica.

IMPLICAZIONI BIOLOGICHE.
Un sistema vivente è un sistema vivente perché è un sistema autopoietico nello spazio fisico ed è un’unità nello spazio fisico perché la sua organizzazione autopoietica lo definisce come tale. Di conseguenza, ogni trasformazione strutturale che un sistema autopoietico può subire senza perdita di identità dev’essere subordinato al mantenimento della sua organizzazione autopoietica. Se l’organizzazione autopoietica non viene mantenuta, il sistema si disintegra e perde la propria identità: in definitiva, muore.
I)                  La fenomenologia dei sistemi viventi è la fenomenologia delle macchine autopoietiche fisiche e i fenomeni biologici sono una sottocategoria dei fenomeni meccanici. Entrambi, infatti, sono fenomeni di relazioni tra processi realizzati attraverso le proprietà dei componenti di una macchina o di un sistema vivente.
II)               Una teoria dei fenomeni biologici dovrebbe permettere un’analisi dei componenti di un sistema vivente per determinare in che misura essi partecipano ai processi che integrano un fenomeno biologico. Se fosse possibile determinare quali relazioni devono essere soddisfatte tra le componenti di un insieme di componenti affinché queste costituiscano un’unità autopoietica, sarebbe possibile, a rigor di logica, progettare e costruire sistemi viventi esattamente come facciamo con le macchine allopoietiche.
III)            L’autopoiesi nello spazio fisico definisce tutti i sistemi viventi in qualunque punto dell’universo, indipendentemente dall’ipotesi dell’esistenza di forme di vita più complesse e inimmaginate.

IMPLICAZIONI EPISTEMOLOGICHE.
I)                  Nella storia della biologia la necessità epistemologica di fornire una spiegazione completa della fenomenologia biologica, attraverso nozioni ben definite, sembrava aver trovato piena soddisfazione nella teoria evoluzionistica e nella genetica. Entrambe, tuttavia, hanno finito per dimostrarsi insufficienti perché, sebbene abbiano mostrato i meccanismi del cambiamento storico degli esseri viventi, hanno trascurato l’aspetto più strettamente biologico: Hanno trattato la specie come fonte di tutto l’ordine biologico, mostrando come essa evolva, mentre tutti gli individui non sono che elementi in essa temporanei la cui organizzazione è subordinata alla fenomenologia storica. Hanno dimenticato, però, che la ‘’specie’’ non è altro che un’astrazione descrittiva e che essa è, nel concreto, un insieme di individui che condividono un pool genetico e la possibilità di incrociarsi riproduttivamente. La genetica e la teoria evoluzionistica non permettono un’adeguata comprensione della fenomenologia biologica, che è possibile solo attraverso la comprensione dell’organizzazione autopoietica dei sistemi viventi. Poiché i sistemi viventi sono macchine autopoietiche fisiche, la loro organizzazione è interamente spiegabile con nozioni meccanicistiche, cosicché la spiegazione biologica fornita attraverso la comprensione dell’organizzazione autopoietica dei viventi ha la medesima validità epistemologica di una qualunque spiegazione meccanicistica di un fenomeno meccanicistico nello spazio fisico.

II)               Il successo della teoria evoluzionistica di Darwin fu dovuto soprattutto al suo significato sociologico: Gli individui più adatti sopravvivono e hanno vantaggi riproduttivi sugli altri; i meno adatti periscono o hanno minori vantaggi riproduttivi, partecipando meno all’evoluzione e alla perpetrazione della specie, che è l’unico ruolo dell’individuo.Le nozioni di evoluzione, selezione naturale e adeguatezza sembravano fornire una giustificazione alla struttura sociale ed economica di una società competitiva in cui i più forti tentano di affermarsi sugli altri individui attraverso l’imposizione di valori universali che giustificano la discriminazione sociale, la schiavitù e la subordinazione economica, con la pretesa che l’unico ruolo degli individui sia la perpetrazione ad ogni costo di stato, società e genere umano. Poiché, però, la teoria evoluzionistica ha dimenticato che la specie è un’astrazione descrittiva che si riferisce ad un insieme concreto di individui e che quindi la fenomenologia biologica della specie e necessariamente subordinata a quella degli individui, non è lecito sostenere la necessità della subordinazione dei singoli al perpetrarsi dell’umanità, della società o della specie, poiché essi non sono assolutamente trascurabili dal punto di vista biologico.

IMPLICAZIONI COGNITIVE.
Il dominio di interazioni di un’unità autopoietica è il dominio di tutte le deformazioni che quell’unità può subire senza perdere l’autopoiesi. Tale dominio è determinato dalla struttura del sistema vivente, ossia dal modo particolare col quale la sua organizzazione autopoietica è realizzata nello spazio fisico. Sistemi autopoietici diversi hanno domini di interazioni diversi.Agli occhi di un osservatore, la condotta cui un organismo da luogo come compensazione della deformazione subita da parte dell’ambiente è una descrizione dell’ambiente. Poiché il dominio di interazioni di un organismo e le perturbazioni che questo può subire sono necessariamente limitate (giacché determinate dalla struttura del sistema vivente) esso può compiere un numero limitato di descrizioni e ha pertanto una conoscenza parziale dell’ambiente che appare agli occhi dell’osservatore. La particolare organizzazione autopoietica di un sistema vivente determina per esso, cioè, uno specifico dominio cognitivo fuori dal quale per l’organismo non esiste nulla.
I)                  Se il dominio cognitivo di un organismo dipende dalla maniera in cui la sua organizzazione autopoietica è realizzata nello spazio fisico, cioè dalla sua struttura, l’ontogenesi, in quanto storia della trasformazione strutturale di un’unità, determina cambiamenti nel dominio cognitivo dell’organismo.
II)               Sistemi viventi con domini cognitivi comparabili possono entrare in accoppiamento comportamentale l’uno con l’altro, in maniera tale che il comportamento di A è fonte di deformazioni per B, il comportamento compensativo di B è fonte di deformazioni per A e così via in maniera ricorsiva potenzialmente infinita, almeno finché l’accoppiamento non viene interrotto. Le condotte di A e di B, sebbene allacciate, non determinano la condotta che seguirà come risposta da parte dell’altro organismo ma semplicemente orientano quell’organismo entro il suo dominio cognitivo verso un’interazione dalla quale seguirà una condotta indipendente da quella dell’organismo orientante. Le interazioni che si stabiliscono tra due organismi in accoppiamento sono interazioni comunicative e le condotte che ne derivano.

#10 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Diversità dell'autopoiesi.

L’organizzazione autopoietica di un sistema vivente lo definisce come unità topologica nello spazio in cui i suoi componenti possono interagire ed avere relazioni. Riproduzione ed evoluzione, dalle quali dipende la diversità dei sistemi viventi, sono necessariamente subordinate alla loro condizione di unità: la riproduzione esige l’esistenza di un’unità da riprodurre; l’evoluzione esige la riproduzione come mezzo che veicola il cambiamento da generazione in generazione.

SUBORDINAZIONE ALLA CONDIZIONE DI UNITA’.
L’unità è la condizione imprescindibile che un qualcosa deve avere affinché sia possibile distinguerlo da uno sfondo o da altre unità. La distinzione di un’unità da uno sfondo comporta sempre la specificazione del dominio nel quale essa esiste, sia che la distinzione venga operata sul piano concettuale, da parte di un osservatore, sia che essa venga operata sul piano fisico, attraverso l’effettivo operare dell’entità nello spazio. Diversi tipi di unità ineriscono a diversi domini di interazioni e possono interagire nella misura in cui i rispettivi domini presentano delle interazioni comuni. Il dominio di interazioni che specifica un’unità ne determina l’intera fenomenologia. Poiché nei sistemi viventi il dominio di interazioni è definito dall’ organizzazione autopoietica, ogni cambiamento nel sistema è subordinato al suo mantenimento. Poiché l’organizzazione autopoietica definisce il sistema come unità, ogni cambiamento nel sistema è subordinato al mantenimento della propria unità.

PLASTICITA’ DELL’ONTOGENESI.
L’ontogenesi è la storia della trasformazione strutturale di un’unità, la storia del mantenimento della sua identità attraverso l’autopoiesi continua nello spazio fisico.
I)                  Poiché il modo in cui un’unità conserva la propria identità (rimane autopoietica) dipende dalla sua struttura, classi differenti di sistemi autopoietici (con strutture differenti) hanno classi differenti di ontogenesi.
II)               I cambiamenti che un sistema autopoietico può subire senza perdita di identitàsono determinati dalla sua organizzazione e subordinati al suo mantenimento. I sistemi autopoietici possono essere perturbati da eventi indipendenti e compensare tali perturbazioni attraverso cambiamenti interni subordinati al mantenimento della propria organizzazione.
III)            La struttura di un’unita, ossia il modo in cui la sua organizzazione autopoietica è realizzata nello spazio fisico, può cambiare nel corso della sua ontogenesi, a patto però che i cambiamenti strutturali non compromettano l’identità del sistema, interrompendo le relazioni di produzione specificate dall’organizzazione autopoietica tra le sue componenti.
IV)             Le fonti di perturbazione per un sistema autopoietico sono: l’ambiente esterno, come fonte di eventi indipendenti e il sistema stesso, come fonte di stati d’attività risultanti dalle compensazioni delle perturbazioni che possono a loro volta costituire perturbazioni che generano ulteriori compensazioni. L’ontogenesi dell’organismo riflette in parte la storia delle sue interazioni con l’ambiente di esistenza.
V)                L’osservatore guarda all’organismo come unità calata in un ambiente e distingue per esso le perturbazioni generate internamente e quelle generate esternamente, sebbene per il sistema vivente esse siano indistinguibili. Le perturbazioni generate esternamente all’organismo consentono all’osservatore di fare dichiarazioni sulla storia ontogenetica del sistema autopoietico e sull’ambiente di esistenza che essa descrive. L’osservatore individua, cioè, una corrispondenza tra l’ambiente di esistenza e l’ontogenesi, come se l’organizzazione autopoietica contenesse rappresentazioni dell’ambiente. In verità l’organizzazione dell’organismo non contiene rappresentazioni circa l’ambiente, ma ha natura omeostatica.
VI)             I cambiamenti compensativi che un sistema autopoietico può subire senza perdita di identità possono essere di due tipi:
a)     Cambiamenti conservativi, che determinano cambiamenti nelle relazioni tra i componenti senza comportare modifiche dello spazio autopoietico del sistema;
b)     Cambiamenti innovativi, che determinano cambiamenti nei componenti e modifiche dello spazio autopoietico del sistema.

LA RIPRODUZIONE: UNA COMPLICAZIONE DELL’UNITA’.
La riproduzione di un’unità è il processo di complicazione di quell’unità – e quindi della sua autopoiesi – che veicola i cambiamenti operati dal processo evolutivo. Vi sono tre fenomeni da distinguere per quanto riguarda la nozione di riproduzione: Replicazione, copiatura e autoriproduzione.
a)     Replicazione: Un sistema replicante è un sistema in grado di generare unità diverse da sé stesso ma identiche tra loro e con una comune organizzazione (determinata nel processo della loro produzione).
b)     Copiatura: La copiatura ha luogo quando un certo fenomeno viene mappato su un sistema e un fenomeno isomorfo si realizza in esso.
c)      Autoriproduzione: Un’unità si autoriproduce quando produce un’unità con un’organizzazione simile alla propria in un processo accoppiato a quello della propria produzione. Solo i sistemi autopoietici possono autoriprodursi perché solo essi si autoproducono. La riproduzione nei sistemi viventi è un momento dell’autopoiesi.

L’EVOLUZIONE: UNA RETE STORICA.
L’evoluzione biologica è, nel dominio descrittivo dell’osservatore, un fenomeno storico: un processo di cambiamento nel quale ogni stato di un sistema che cambia ha origine dalla modificazione dello stato precedente nel corso di una trasformazione causale. In che maniera l’organizzazione autopoietica degli organismi definisce l’evoluzione come processo storico?
I)                  L’evoluzione necessita di riproduzione sequenziale e cambiamento in ogni passo riproduttivo: L’evoluzione di un sistema vivente è la storia dei suoi cambiamenti strutturali senza perdita d’identità realizzati in una sequenza di unità indipendenti generate in passi riproduttivi successivi, ciascuna delle quali possiede una struttura tale da costituire una modificazione della struttura dell’unità immediatamente precedente. L’evoluzione di un sistema vivente richiede riproduzione sequenziale e cambiamento in ogni passo riproduttivo.
II)               L’evoluzione dei sistemi autopoietici è una conseguenza della loro capacità di autoriprodursi: Solo i sistemi auto-riproducenti danno luogo a riproduzione sequenziale (generazione di unità indipendenti con medesima identità in passi riproduttivi successivi): nell’autoriproduzione, infatti, ogni unità determina la struttura della prossima in maniera tale che l’organizzazione autopoietica (e quindi l’identità) venga conservata. Se incorrono dei cambiamenti nella struttura delle unità generate sequenzialmente, ciascuna di esse costituirà una modifica rispetto alla precedente, e il processo evolutivo sarà innescato. L’evoluzione dei sistemi autopoietici è quindi una conseguenza della loro capacità di autoriprodursi.
III)            L’evoluzione è necessariamente un processo di adattamento continuato: l’evoluzione di un sistema auto-riproducente ha luogo solo se le unità generate consecutivamente nel corso della sua riproduzione sequenziale subiscono cambiamenti strutturali per effetto della selezione differenziale che realizza di volta in volta l’adattamento dell’organismo nel suo dominio di esistenza. L’adattamento ad un certo ambiente regionale è infatti la condizione imprescindibile per la realizzazione strutturale di un’organizzazione autopoietica. Se la selezione non garantisse l’adattamento, l’autopoiesi non potrebbe realizzarsi. Se l’autopoiesi non potesse realizzarsi, la riproduzione non potrebbe aver luogo. Se la riproduzione non potesse aver luogo, l’evoluzione non potrebbe sussistere. L’evoluzione è necessariamente un processo di adattamento continuato.
IV)             Nei sistemi viventi l’evoluzione biologica è resa possibile da variazioni strutturali (operate dal processo di selezione) sui prodotti della riproduzione sequenziale determinata dall’autoriproduzione. L’evoluzione culturale dei sistemi viventi è invece resa possibile dalla copiatura sequenziale, nel corso del processo di indottrinamento sociale, di un modello che cambia da generazione in generazione.
V)                Una specie è una popolazione di individui che condividono un pool genetico, cioè una configurazione strutturale pressoché equivalente come risultato di trasformazioni storiche. 

ACCOPPIAMENTO E SISTEMI AUTOPOIETICI DI SECONDO E TERZO ORDINE
Ogni volta che la condotta di due o più unità è tale che vi è un dominio nel quale la condotta di ciascuna è una funzione della condotta delle altre, si dice che quelle unità sono ‘’accoppiate’’ in quel dominio. L’accoppiamento ha origine come risultato delle reciproche modificazioni che le unità subiscono interagendo l’una con l’altra senza perdere la propria identità.

L’accoppiamento di unità autopoietiche può anche condurre alla generazione di una nuova unità che può esistere in un dominio differente da quello in cui le unità che l’hanno prodotta mantengono la propria identità. È il caso delle api da miele, che partecipano al mantenimento dell’organizzazione circolare del sistema alvearesenza perdere la propria identità. Il sistema alveare è un sistema autopoietico di terzo ordine, alla cui organizzazione partecipano le api, sistemi autopoietici di secondo ordine, alla cui organizzazione partecipano a loro volta sistemi autopoietici di primo ordine, ossia le cellule. 

#9 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Materializzazione dell'autopoiesi.

Dimostrando che l’autopoiesi è necessaria e sufficiente per la comprensione di tutti i fenomeni biologici, è possibile confermare l’ipotesi che i sistemi viventi siano sistemi autopoietici fisici.

NOZIONI DESCRITTIVE E CAUSALI.
Un sistema autopoietico è definito come unità dalla sua organizzazione autopoietica. Tale organizzazione autopoietica trova realizzazione nello spazio fisico attraverso la produzione di componenti definite da specifiche relazioni con l’organizzazione e che ne garantiscono il mantenimento. Le componenti di un sistema autopoietico sono legate all’organizzazione che le produce da:
I)                  Relazioni di costituzione: determinano i confini fisici del sistema autopoietico e in definitiva il suo dominio topologico.
II)               Relazioni di specificità: determinano le proprietà dei componenti prodotti dall’organizzazione autopoietica del sistema.
III)            Relazioni d’ordine: controllano velocità e dinamica nella produzione di relazioni di costituzione, specificità e ordine.
La cellula è un sistema autopoietico e come tale la sua organizzazione si realizza nello spazio fisico attraverso la produzione di componenti con relazioni di costituzione, specificità e ordine. La cellula determina i propri confini fisici attraverso la produzione di molecole che regolano la distanza necessaria tra i suoi componenti affinché questi conservino le relazioni (costituzione, specificità, ordine) che li definiscono. Attraverso la produzione di acidi nucleici e di proteine la cellula determina l’identità delle relazioni che definiscono i suoi componenti. Attraverso la produzione di certi componenti, specie proteine e acidi nucleici, la cellula controlla la velocità di produzione di componenti con relazioni di costituzione, specificazione e ordine.
Le relazioni di produzione all’interno del sistema omeostatico cellula sono coordinate in maniera tale che essa conservi costantemente il proprio carattere unitario determinato dall’autopoiesi: il suo mantenimento garantisce il protrarsi dell’esistenza della cellula.

ORIGINE DELL’AUTOPOIESI.

L’autopoiesi può avere origine in un sistema molecolare solo laddove la sua organizzazione dia luogo a processi di produzione di componenti definiti da relazioni di costituzione, specificità e ordine, coordinate in maniera tale da garantire il mantenimento dell’organizzazione stessa che li produce. L’autopoiesi ha origine, cioè, se il sistema molecolare trova realizzazione in uno spazio fisico attraverso una struttura subordinata al mantenimento dell’autopoiesi stessa. 

#8 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Non necessità della Teleonomia.

Teleologia e teleonomia sono nozioni non-necessarie per la comprensione dell’organizzazione vivente.

MANCANZA DI SCOPO.
La teleonomia, ossia la presenza di un elemento di scopo, è sempre stata considerata come un aspetto necessario e sufficiente per la caratterizzazione degli esseri viventi. L’ontogenesi, ossia la storia individuale dell’organismo, corrisponderebbe al cammino di sviluppo verso lo stato adulto che permetterebbe al sistema vivente di eseguire certe funzioni in relazione al progetto innato che lo definirebbe in relazione all’ambiente. La filogenesi, ossia la storia della specie, individuerebbe un cammino di trasformazioni adattive attraverso la riproduzione che avrebbe lo scopo di soddisfare il progetto innato della specie in relazione all’ambiente. Le nozioni di fine o scopo, tuttavia, non hanno nulla a che fare con l’organizzazione della macchina, autopoietica o allopoietica che sia,ed esistono unicamente nel dominio descrittivo dell’osservatore che vede la macchina operare trasformazioni entro il suo dominio cognitivo. Le macchie autopoietichepossono essere perturbate da eventi indipendenti e compensare tali perturbazioni attraverso cambiamenti interni subordinati al mantenimento dell’organizzazione della macchina. Ogni relazione tra questi cambiamenti e le perturbazioni che agiscono sulla macchina sta esclusivamente entro il nostro dominio cognitivo. Stessa cosa vale per la nozione di funzione che l’osservatore attribuisce alle componenti di macchina come relazione tra i cambiamenti di stato dei componenti e lo stato che essi originano nel sistema totale.

Le nozioni di scopo e funzione hanno valore esplicativo solo per l’osservatore, che può servirsene per orientare un eventuale ascoltatore verso un certo dominio di pensiero. La teleonomia si rivela, pertanto, un artificio descrittivo: i sistemi viventi sono sistemi senza scopo.

INDIVIDUALITA’.
Messo da parte il problema della teleonomia, l’organizzazione vivente sembra ora costituire la questione centrale per la comprensione degli esseri viventi. L’organizzazione autopoietica dei sistemi viventi, subordinando ogni cambiamento interno al mantenimento dell’organizzazione stessa, specifica gli organismi come unità, individui. Se il subordinamento dei cambiamenti interni dell’organismo al mantenimento dell’organizzazione non avesse luogo, il sistema vivente perderebbe quell’aspetto della sua organizzazione che lo definisce come unità e si disintegrerebbe. L’ontogenesi dei sistemi viventi, dunque, non è il cammino di sviluppo da uno stato embrionale incompleto verso uno stato maturo e definitivo, ma l’espressione del divenire di un sistema che in ogni momento è l’unita nella sua pienezza. L’organismo agisce sempre e solo nel presente. La nozione di tempo, come quella di sviluppo, appartiene solo al dominio cognitivo dell’osservatore. 

#7 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Sulle macchine, viventi e non.

LE MACCHINE.
Le macchine sono sistemi hardware concreti, unità formate da un certo numero di componenti caratterizzate da certe proprietà.  Alcune proprietà delle parti costituenti di una macchina sono rilevanti nella misura in cui rendonopossibile per essa le interazioni e le trasformazioni che la definiscono; tutte le altre proprietà delle componenti di una macchina che non partecipano al suo funzionamento sono irrilevanti e possono variare liberamente. Le relazioni esistenti tra le componenti di una macchina, che la definiscono come unità e che determinano le interazioni e le trasformazioni per essa possibili costituiscono l’organizzazione della macchina. Le proprietà delle componenti di una macchina che la integrano in un dato spazio costituiscono la struttura della macchina (forma, colore...). Una macchina può essere realizzata con strutture assai diverse, l’importante, per il suo corretto funzionamento, è che le relazioni tra le varie componenti siano conservate secondo quanto prescritto dall’organizzazione della macchina. Le macchine costruite dall’uomo sono sempre progettate per raggiungere un certo scopo, il quale si realizza nel prodotto dell’operare della macchina. Lo scopo o il fine di un sistema non definiscono in alcun modo l’organizzazione della macchinaed esistono unicamente nel dominio descrittivo dell’osservatore che vede la macchina operare trasformazioni entro il suo dominio cognitivo.

LE MACCHINE VIVENTI.
Analizzando l’organizzazione degli esseri viventi e le proprietà che da essa emergono è possibile mostrare come anche essi siano macchine.
Che tipo di macchine sono gli esseri viventi?

MACCHINE AUTOPOIETICHE
Unamacchina autopoietica è una macchina omeostatica che mantiene continuamente costante la propria organizzazione in una rete di processi di produzione dei suoi propri componenti, i quali, attraverso le loro interazioni e trasformazioni, rigenerano e realizzano la stessa rete di processi che li ha prodotti e costituiscono la macchina come un’unità concreta nello spazio fisico in cui i componenti esistono, specificando il dominio topologico del sistema.

Una macchina autopoietica, in quanto unità la cui organizzazione è definita dalla rete di processi di produzione delle proprie componenti, differisce necessariamente da altri tipi di unità la cui organizzazione è definita dai componenti stessi o dalle relazioni statiche esistenti tra essi. Le macchine autopoietiche differiscono, cioè, dalle macchine allopoietiche (costruite dall’uomo) e dalle entità fisiche naturali.

In una macchina allopoietica, per esempio un’automobile, l’organizzazione è data in termini di concatenazione di processi che differiscono dai processi di produzione di componenti, tipici dell’organizzazione autopoietica, nella misura in cui non sono processi di produzione di componenti, dato che i componenti di un’automobile sono prodotti dall’uomo esternamente ad essa. Le macchine di questo tipo sono sistemi dinamici non autopoietici.
In un’unità fisica naturale, ad esempio un cristallo, le relazioni spaziali tra i componenti definiscono un’organizzazione a reticolo che inserisce quell’unità all’interno di una classe morfologica particolare. Nelle macchine autopoietiche le relazioni spaziali tra i componenti non possono in alcun modo costituire elementi sufficienti a definire quella macchina come autopoietica, e questo perché, essendo tali relazioni specificate dalla rete di processi di produzione dei componenti che costituisce l’organizzazione del sistema, esse sono necessariamente in continuo cambiamento. I cristalli sono statici.

Le conseguenze dell’organizzazione delle macchine autopoietiche sono importantissime:
I)                  Le macchine autopoietiche sono autonome perché subordinano ogni cambiamento al mantenimento della propria organizzazione. Le macchine allopoietiche non sono autonome perché, essendo progettate per rispondere ad uno scopo imposto dall’uomo, ogni cambiamento è in esse subordinato a qualcosa di diverso da loro stesse.
II)               Le macchine autopoietiche hanno individualità perché, mantenendo costante la propria organizzazione in ogni momento, preservano un’identità indipendente dalle interazioni con l’osservatore. Le macchine allopoietiche non hanno individualità perché il loro operare in funzione di un prodotto diverso da loro stesse non determina alcuna identità. L’identità delle macchine allopoietiche dipende dall’osservatore.
III)            Le macchine autopoietiche specificano i propri confini nei processi di autoproduzione determinati dalla loro organizzazione. I confini delle macchine allopoietiche sono definiti dall’osservatore che, specificando le superfici di input e output della macchina, determina cosa le appartiene nelle sue operazioni e cosa no.
IV)             Le macchie autopoietiche non hanno input né output. Esse possono essere perturbate da eventi indipendenti e compensare tali perturbazioni attraverso cambiamenti interni subordinati al mantenimento dell’organizzazione della macchina. Ogni relazione tra questi cambiamenti e le perturbazioni che agiscono sulla macchina sta esclusivamente entro il nostro dominio cognitivo.

La struttura di una macchina autopoietica, ossia il modo in cui la sua organizzazione può essere integrata nello spazio fisico, determina, a seconda delle proprietà dei materiali che ne compongono le parti, le perturbazioni che essa può subire senza disintegrarsi e perdere l’autopoiesi (senza perdere, cioè, quelle relazioni tra le componenti che garantivano il mantenimento dell’organizzazione del sistema). La struttura di una macchina autopoietica determina il dominio di interazioni nel quale può essere osservata. Conseguenze:

I)                  Come osservatori possiamo descrivere le macchine autopoietiche come parte di un sistema più grande che determina gli eventi indipendenti che la perturbano. Possiamo considerare tali eventi perturbanti come input e i cambiamenti di stato della macchina autopoietica come output. La macchina autopoietica diventa, nel nostro dominio descrittivo, una macchina allopoietica.
II)               Come osservatori possiamo analizzare una macchina autopoietica e trattare tutti i suoi meccanismi interni come se fossero macchine allopoietiche, una volta definite le loro superfici di input e output.

SISTEMI VIVENTI
I sistemi viventi trasformano materia dentro sé stessi in modo tale che il prodotto del loro operare è la loro propria organizzazione; inoltre se un sistema fisico è autopoietico esso è vivente. I sistemi viventi sono con evidenza macchine autopoietiche. Non tutti, in ogni caso, sono propensi ad accettare l’equivalenza ‘macchine autopoietiche – esseri viventi’, questo perché le macchine sono considerate artefatti umani con proprietà deterministiche conosciute che li renderebbero perfettamente prevedibili, mentre i sistemi viventi sono considerati autonomi e imprevedibili. Se i sistemi viventi fossero macchine, allora si dovrebbe accettare l’idea che essi possano essere progettati e costruiti dall’uomo. Una posizione simile sembrerebbe poggiare sull’antica e ingenua convinzione che i sistemi viventi siano troppo complessi per essere compresi e che i principi che li generano siano intrinsecamente inconoscibili. Coloro che ritengono inconoscibile la natura della vita distinguono un essere vivente in virtù del possesso di certe caratteristiche, specie le capacità di evoluzione e riproduzione, ma, paradossalmente, rifiutano l’autopoiesi come sistema concettuale in grado di integrare tutte quelle caratteristiche.  Si potrebbe anche pensare che l’osservazione e l’esperienza siano più che sufficienti al fine di distinguere un sistema vivente e che di fatto non vi sia alcun bisogno di un’analisi teorica in proposito. In realtà nessuna osservazione e nessuna esperienza possono avere senso al di fuori di un’analisi teorica nella quale aver avuto luogo.


Tutta la fenomenologia dei sistemi viventi dipende dall’autopoiesi.

lunedì 19 settembre 2016

#6 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Autopoiesi: L'organizzazione del vivente, 1973 - Introduzione.

Nella nostra esperienza comune interagiamo continuamente con sistemi viventi che ci appaiono come entità autonome e diversissime, caratteristiche che si manifestano nella capacità di questi organismi di mantenere la propria identità attraverso ogni interazione e nelle variazioni delle modalità con cui tale identità è preservata. L’autonomia e la diversità, quali caratteristiche distintive degli esseri viventi sono state al centro della curiosità dell’uomo circa la vita fin da tempi assai remoti.
Con Aristotele si assistette alla nascita del vitalismo e al riconoscimento, nei sistemi viventi, di una componente finalistica che mirava alla realizzazione delle forme. Dopo Aristotele, la ricerca di una qualche forza organizzante non-materiale (che giustificasse l’evidente autonomia degli organismi) continuò nell’indagine biologica. L’impossibilità di rinvenire alla base dell’organizzazione vivente altro da molecole, interazioni materiali e altri fattori fisici e chimici governati da leggi prive di scopo, condusse all’affermarsi della visione meccanicistica. L’organizzazione vivente sembrava non necessitare di alcuna forza organizzante-vitale di tipo non materiale.
Allo stesso tempo la genetica e il pensiero darwiniano fornivano un’interpretazione della vita tale da escludere l’intervento di una qualche forza indirizzante peculiare, spostando, inoltre, l’attenzione dall’analisi biologica dell’organismo individuale all’analisi biologica della specie, neutralizzando, in definitiva, la diversità come fonte di ostacoli nella comprensione dei sistemi viventi.
La spiegazione fisico-chimica e quella evolutiva sono oggi intrecciate l’una con l’altra e consentono la comprensione della riproduzione, della variazione e della loro genesi. Le antiche problematiche, autonomia e diversità, non sembrerebbero più costituire un problema (l’autonomia dipende da fattori fisico-chimici, la diversità è ricondotta alla variazione evolutiva). Tuttavia una questione rimane aperta: Che cos’è che ci permette di distinguere un sistema vivente come tale, se non si tratta di un principio organizzante non-materiale di qualche sorta?
Tutti i sistemi viventi sono accomunati dal possesso di un’organizzazione, indipendentemente dalla natura dei loro comportamenti. Un sistema vivente è una macchina e come tale è definito dalla propria organizzazione e può essere spiegato solo nei termini di relazioni e mai come insieme di proprietà delle singole componenti.
Che cos’è l’organizzazione dei sistemi viventi?
Che tipo di macchine sono i sistemi viventi?
In che modo l’organizzazione dei sistemi viventi determina la loro riproduzione ed evoluzione?

#5 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Biologia della Cognizione, 1970 - Implicazioni etiche.

I)                    La vita dell’uomo è profondamente influenzata dalla dimensione dell’autocoscienza: attraverso l’auto-osservazione dei propri comportamenti l’uomo genera l’etica e la morale. Viviamo all’interno di un dominio di descrizioni che muta di continuo, generato dall’interazione ricorsiva con le descrizioni che compiamo. Nella misura in cui delle interazioni garantiscono il mantenimento della nostra organizzazione circolare, esse costituiscono la nostra fonte di riferimento finale per condotte valide all’interno del dominio di descrizioni in cui operiamo e vanno a costituire, in definitiva, i nostri punti di riferimento per verità e valori. In ogni caso, il fatto che i sistemi viventi siano auto-referenziali implica necessariamente che ogni riferimento per le condotte di un organismo sia relativo, che, in definitiva, non esistano valori assoluti e che tutte le verità e le falsità nel dominio culturale siano relative.
II)                  La funzione basilare del linguaggio non è la trasmissione di informazioni da un sistema vivente ad un altro, ma la creazione di un dominio consensuale di comportamento tra sistemi linguisticamente interagenti mediante lo sviluppo di un dominio cooperativo di interazioni. Ciascun parlante, in ogni caso, agisce esclusivamente nel proprio dominio cognitivo, nel quale ogni verità definitiva è tale in virtù delle personalissime esperienze di quel sistema vivente. Il comportamento linguistico non può prescindere dalle verità individuali degli organismi interagenti, cosicché nessuno può convincere qualcuno di un qualche cosa che non fosse già implicitamente presente nel dominio di convinzioni di quel qualcuno.  (Se la mia esperienza del fuoco mi ha insegnato che toccandolo mi scotto, nessuno potrà mai convincermi del contrario).

III)                L’uomo è un animale razionale, che, come tale, riferisce costantemente ogni sua condotta ad un sistema di verità accettato arbitrariamente dal suo ambiente culturale di riferimento: ricorre a Dio come fonte assoluta di verità o si rifugia nella razionalità come sistema universale di valori. Così facendo, però, egli non fa altro che sfuggire a quello che è il suo compito di animale auto-cosciente: Gehlen direbbe ‘’il prendere posizione circa sé stesso’’, lo scegliere cioè, in maniera esplicita, una cornice di riferimento per il proprio sistema di valori, un sistema di verità che sia frutto della sua esperienza individuale e che sia volontariamente progettato per assecondare i suoi desideri, non più i suoi bisogni e che definisca le caratteristiche del mondo culturale e materiale in cui egli VUOLE vivere.

#4 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Biologia della Cognizione, 1970 - Conclusioni.

Attraverso la descrizione dell’organizzazione circolare auto-referente dei sistemi viventi sulla Terra e l’analisi dei domini di interazioni specificati da quest’ultima, è possibile mostrare l’emergere dell’osservatore: un sistema vivente auto-referente in grado di compiere descrizioni e di generare un dominio linguistico consensuale e un dominio di autocoscienza.
Conclusioni:
I)                  I sistemi viventi sono sistemi omeostatici dotati di un’organizzazione circolare omeostatica che assicura la produzione e il mantenimento dei componenti che la specificano, in modo tale che il prodotto del loro mantenimento è la stessa organizzazione che li produce. La nozione di componenti, in verità, esiste solo nel dominio cognitivo dell’osservatore – che se ne serve per descrivere l’organizzazione vivente – e non appartiene al sistema vivente che, come unità, non ha parti.
II)               La particolare organizzazione di un sistema vivente specifica per esso un dominio chiuso di interazioni: il dominio cognitivo. L’organismo non può entrare in interazioni che non siano specificate dalla sua organizzazione. L’agire dell’organismo all’interno del proprio dominio cognitivo corrisponde al processo di cognizione dell’organismo. Il processo cognitivo degli esseri umani differisce da quello degli altri organismi solo per il tipo di interazioni che esso implica, in primo luogo le interazioni linguistiche. L’inferenza induttiva è fondamentale per il processo cognitivo: essa fa sì che ogni esperienza sia per l’essere vivente l’esperienza di un caso generale, che ogni interazione, cioè, sia ricondotta al suo essere elemento di una classe di interazioni. L’inferenza induttiva è un processo del pensiero, indipendente dalla storia dell’organismo: Anche se le interazioni passate costituiscono la base delle inferenze induttive presenti (nella misura in cui un’interazione presente è ricondotta ad un certo tipo di interazioni sperimentate nel passato), esse non partecipano al processo induttivo. L’organismo agisce sempre e solo nel presente; la nozione di tempo (passato, presente e futuro) esiste solo nel dominio cognitivo dell’osservatore.
III)            La funzione basilare del linguaggio non è la trasmissione di informazioni da un sistema vivente ad un altro, ma la creazione di un dominio consensuale di comportamento tra sistemi linguisticamente interagenti mediante lo sviluppo di un dominio cooperativo di interazioni. Le interazioni linguistiche orientano l’ascoltatore entro il proprio dominio cognitivo senza specificare la condotta che ne deriverà.
IV)             Per mezzo del linguaggio noi interagiamo all’interno di un dominio di descrizioni che è allo stesso tempo limitato e infinito. Limitato perché tutto ciò che diciamo è una descrizione, infinito perché interagendo con lo stato di attività che rappresenta la descrizione che effettuiamo, possiamo generare una nuova descrizione comunicativa che orienta verso la precedente e così via, in maniera ricorsiva potenzialmente infinita. Allo stesso modo, effettuando un’auto-descrizione, ed interagendo con lo stato di attività che vi corrisponde siamo in grado di generare descrizioni che orientano verso l’auto-descrizione, in maniera ricorsiva potenzialmente infinita: diamo sostanza, cioè, al dominio dell’autocoscienza, anch’esso limitato ed infinito.
V)                L’osservatore guarda all’organismo da un punto di vista esterno, come giacente in un ambiente e come parte del suo dominio di interazioni. È in virtù di ciò che, nelle proprie descrizioni, l’osservatore parla dell’organismo come un sistema diretto verso fini. Questa teleonomia, in verità, è tale solo nel dominio cognitivo dell’osservatore. Per il sistema vivente, infatti, esiste solo una sequenza di stati auto-subordinati.
VI)             L’organizzazione dei viventi è completamente autoreferente: essi prevedono dinamiche di input-output solo nel dominio descrittivo dell’osservatore. Nell’organizzazione dei sistemi viventi, il ruolo delle superfici effettrici è solo quello di mantenere costanti gli stati stabili dalle superfici ricettrici, non di modificare l’ambiente in cui esso esiste.
VII)          Il dominio cognitivo dell’osservatore è limitato e infinito. Egli può interagire con le rappresentazioni delle proprie interazioni in maniera ricorsiva e senza fine, generando relazioni tra domini altrimenti indipendenti. L’osservatore, attraverso l’invenzione di relazioni, può, cioè, generare novità e allargare continuamente il proprio dominio cognitivo: l’osservatore è capace di creatività.
VIII)       Un comportamento è logico o contraddittorio solo nel dominio cognitivo dell’osservatore. L’osservatore definisce un comportamento come una sequenza deterministica di stati di attività nervosa nella quale ciascuno stato determina il seguente entro la medesima cornice di riferimento: egli reputa che per certi stimoli sia logico assistere al verificarsi di un certo tipo di comportamento. Se nel corso della sintesi di un comportamento avviene un cambiamento nella cornice di riferimento, si verifica un comportamento nuovo, che l’osservatore giudica contraddittorio rispetto alle proprie previsioni. L’osservatore giudica una condotta come logica o contraddittoria, dunque, in relazione ad una cornice che egli stabilisce.
IX)             La nozione di ‘’realtà’’come universo di entità indipendenti è una finzione del dominio descrittivo dell’osservatore. Noi non siamo in grado di dire nulla su tutto ciò con cui non possiamo interagire e un’entità è descrivibile solo nella misura in cui il suo dominio di interazioni comprende interazioni con l’osservatore, ossia relazioni.  Ciò che chiamiamo realtà è l’insieme delle unità di interazioni che possiamo descrivere interagendo con esse. Noi viviamo all’interno di un dominio di descrizioni interagendo con le quali possiamo ampliare il nostro dominio cognitivo all’infinito. Al di fuori delle nostre descrizioni, non esiste realtà conoscibile e…’’su ciò di cui non possiamo parlare, dobbiamo tacere’’, come suggeriva Wittgenstein.
X)                Poiché osserviamo i sistemi viventi interagire e generare comportamenti entro un ambiente, affermiamo che il sistema nervoso e il sistema genetico dell’organismo codificano informazioni sull’ambiente rappresentandolo nella propria organizzazione funzionale. In realtà la nozione di ‘’informazione’’ esiste solo nel nostro dominio cognitivo. I sistemi viventi non codificano descrizioni di un ambiente che esiste solo per noi, ma processi di trasformazione di stati interni a partire da stati iniziali.
XI)             L’osservatore può generare infinite relazioni tra domini differenti, attraverso l’interazione con gli stati congiunti di attività nervosa determinati dall’interazione entro questi domini. Le relazioni generate tra domini differenti costituiscono un dominio di relazioni all’interno del quale l’osservatore interagisce come sistema pensante, senza però ridurre un dominio di interazioni ad un altro. Rimaniamo sempre all’interno del nostro dominio descrittivo e ogni nostra spiegazione di qualcosa è sempre una riproduzione operata attraverso gli elementi del nostro dominio di interazioni, e non è mai quella cosa stessa, i cui elementi costituenti e il cui funzionamento sono definiti all’interno di un dominio di interazioni che non è il nostro.


I sistemi viventi e il loro sistema nervoso non sono fatti per trattare un medium, anche se sono diventati ciò che sono proprio attraverso l’evoluzione del trattamento del loro medium.

domenica 18 settembre 2016

#3 Riassunto: H. Maturana & F. Varela; Autopoiesi e cognizione, Biologia della Cognizione, 1970 - La funzione cognitiva in particolare.

LE CELLULE NERVOSE
Il neurone è l’unità anatomica del sistema nervoso. Esso è suddivisibile in tre diverse regioni: l’area collettrice o afferente (formata da dendridi), un elemento distributivo detto assone e infine un’area effettrice formata dalle terminazioni assonali. Lo stato funzionale dell’area afferente è determinato dal suo stato interno e dagli stati di attività delle aree effettrici dei neuroni con i quali è collegata in sinapsi. Lo stato di attività dell’area effettrice è determinato dalla particolare configurazione con cui gli impulsi provenienti dall’area afferente e propagatisi lungo l’assone invadono le terminazioni assonali dell’area effettrice del neurone. Tale configurazione dipende in primo luogo dalla distribuzione degli intervalli di tempo tra un impulso e il successivo, in secondo luogo da interazioni non sinaptiche e pre sinaptiche con elementi vicini, che si manifestano sotto forma di movimenti di acqua e ioni che, determinando alterazioni nella polarizzazione e nel diametro delle terminazioni assonali, ne modificano la capacità di lasciarsi attraversare dagli impulsi nervosi. I neuroni afferenti sono particolari neuroni preposti alla ricezione degli stimoli esterni attraverso gli organi di senso e al trasporto delle relative informazioni al sistema nervoso centrale. Lo stimolo esterno modifica lo stato funzionale dell’area collettrice del neurone che lo riceve, determinando la propagazione di un input appartenente ad una certa classe di influenze afferenti accomunate dalla medesima configurazione spazio-temporale, che determina lo stato di attività nell’area effettrice del neurone. A sua volta lo stato di attività nell’area effettrice di quel neurone modifica lo stato funzionale dell’area collettrice del neurone successivo, dando luogo ad un certo stato di attività nella sua area effettrice, e così via.
Le cellule nervose rispondono con un certo stato di attività non ad influenze afferenti particolari (l’input x, l’input y ecc..) ma a classi di influenze afferenti (A=input x, input y, input z..) accomunate dalla medesima configurazione spazio temporale e trattate come equivalenti dal sistema nervoso. Ogni condotta prevede una certa successione di stati di attività subordinata al mantenimento della circolarità nell’organizzazione dell’organismo.
ARCHITETTURA.
I neuroni che compongono il sistema nervoso di un essere vivente possono essere assegnati a classi morfologiche distinte, in base al numero e al tipo di ramificazione dei prolungamenti, in base alla forma in senso stretto della cellula o in base al comportamento del prolungamento assonico. I neuroni appartenenti alla medesima classe presentano analoghe proprietà di relazione, si trovano solitamente concentrati gli uni accanto agli altri e la loro configurazione morfologica è frutto del processo evolutivo. Il sistema nervoso di ciascun organismo, in ogni caso, risente di variabilità genetica, cosicché anche i sistemi nervosi di due esemplari della medesima specie non saranno mai completamente identici e saranno accomunati solo dalla medesima organizzazione architettonica generale. Quest’organizzazione è tale che ogni volta che un organismo entra, per mezzo delle superfici sensorie caratteristiche della propria specie, in un’interazione entro il proprio domino fisico di interazioni, ha luogo una specifica successione di stati di attività neuronale che, modificando le superfici effettrici dell’organismo, genera una certa condotta. Ne deriva che il sistema nervoso non può dare origine a condotte per stimoli che non corrispondono ad interazioni appartenenti al dominio di interazioni dell’organismo a cui appartiene. Ogni parte del sistema nervoso di un organismo esprime la possibilità di una connessione funzionale tra una superfice sensoria e una effettrice, dunque lesioni localizzate del sistema nervoso centrale interferiscono necessariamente con la possibilità di realizzare una certa condotta.
FUNZIONE-
A ciascuna specie animale corrispondono una certa nicchia e un certo dominio di interazioni accordato con essa. Il sistema nervoso di ogni organismo funziona coerentemente con il dominio di interazioni specificato dalla nicchia corrispondente. Solo interazioni appartenenti al dominio di interazioni di un dato organismo possono, cioè, dare luogo a successioni di stati di attività neuronale in grado di generare una condotta. Differenti interazioni particolari determinano, nel sistema nervoso dell’organismo, il medesimo stato di attività. Questo accade perché il sistema nervoso non risponde a influenze afferenti particolari, ma a classi di influenze afferenti accomunate dal possesso della medesima configurazione spazio-temporale e valutate quindi come equivalenti. Così come l’attività di un neurone non può mai essere ricondotta ad un’interazione particolare, allo stesso modo un punto del sistema nervoso non può essere considerato come localizzazione di una facoltà o di una funzione specifica, ma unicamente come area in cui un certo tipo di interazioni convergono. Cosicché, ad esempio, la zona occipitale del cervello umano non è sede della vista, ma è l’area in cui convergono le attività che la rendono possibile. Una lesione localizzata del sistema nervoso impedisce la convergenza delle attività necessarie alla sintesi di una condotta.
RAPPRESENTAZIONE
L’organizzazione del sistema nervoso di un essere vivente è fondamentalmente uniforme. Ciò significa che le varie parti che lo costituiscono svolgono le medesime funzioni, seppure in contesti differenti. Lesioni del sistema nervoso non alterano questa uniformità, tant’è che le parti non danneggiate continuano a funzionare in maniera identica a quanto facevano prima del trauma, pur non essendo in grado di sopperire alla mancanza dell’apporto delle aree colpite. L’uniformità dell’organizzazione del sistema nervoso è tale che in ogni suo punto ha luogo lo stesso processo fondamentale: la generazione di stati di attività consecutivi. Lo stato di attività di un neurone influenza lo stato funzionale di un altro neurone determinando un certo stato di attività e così via. Lo stesso processo avviene anche entro i neuroni effettori che, traducendo in movimento la sequenza di stati di attività innescata da un’interazione entro le superfici sensorie dell’organismo, da a sua volta luogo ad un’interazione che modifica lo stato funzionale dei neuroni afferenti connessi alle superfici sensorie, determinando certi stati di attività. Quindi, a meno che non vi sia una qualche possibilità di distinguere l’origine esterna o interna dell’interazione che da luogo ad una successione di stati di attività, gli stati di attività generati esternamente e gli stati di attività generati internamente al sistema nervoso risultano indistinguibili.
Il sistema nervoso di un organismo è modificato dai cambiamenti negli stati di attività delle cellule che lo compongono, che sono innescati da interazioni fisiche dell’organismo con entità descrivibili entro il dominio cognitivo dell’osservatore. I cambiamenti degli stati di attività neuronale entro il sistema nervoso dell’organismo ‘’rappresentano’’, in un certo senso, l’interazione che li ha originati. Essi costituiscono una materializzazione delle relazioni originate durante l’interazione con un’entità conosciuta dall’osservatore. Tali relazioni dipendono necessariamente dall’organizzazione anatomica dell’organismo e dal suo dominio di interazioni, che fanno sì che una pulce, ad esempio, che non ha organi di senso all’infuori di sensori olfattivi, possa avvertire la presenza di un mammifero solamente captandone l’odore. Quando un organismo entra in un’interazione esterna che da luogo a certe relazioni entro le sue superfici sensorie, queste si materializzano al livello del sistema nervoso in una certa successione di stati di attività neuronale che rappresentano le relazioni date nelle superfici sensorie dell’organismo durante l’interazione. Gli stati di attività che materializzano le relazioni occorse nell’interazione esterna danno luogo, internamente, ad altri stati di attività che materializzano a loro volta le relazioni occorse nell’interazione interna. Così come non vi è possibilità d distinzione tra gli stati di attività generati internamente o esternamente al sistema nervoso, così non vi è possibilità di distinzione tra le materializzazioni di relazioni emerse da interazioni esterne o interne: Sia le prime che le seconde, infatti, sono insiemi di stati di attività che rappresentano le interazioni che li hanno originati. La distinzione è possibile solo per un organismo che sia in grado di interagire con i propri stati interni come se questi fossero entità indipendenti, così da poterne distinguere l’origine. L’uomo, l’osservatore, tra tutti i sistemi viventi, è in grado di fare ciò. Egli è capace di ‘’pensiero astratto’’: è cioè in grado di interagire con le rappresentazioni delle proprie interazioni in un processo ricorsivo senza fine.
---NOZIONE DI TEMPO----
Le classi di relazioni che possono essere materializzate al livello del sistema nervoso in successioni di stati di attività sono state definite per ciascuna specie nel corso dell’evoluzione dell’organizzazione anatomica generale e dell’organizzazione del sistema nervoso corrispondenti. La prima ha determinato una certa direzione nello sviluppo delle superfici sensorie che determinano le relazioni accessibili al sistema nervoso; la seconda ha determinato la definizione delle modalità attraverso le quali queste relazioni generano un comportamento rilevante per il mantenimento della circolarità basilare dell’organismo.  La subordinazione della successione di stati di attività che genera una condotta al mantenimento della circolarità basilare dell’organismo è frutto di un percorso filogenetico e di un percorso ontogenetico. Dipende, cioè, sia dalla storia evolutiva della specie, che dall’evoluzione dell’organismo come essere individuale sulla base delle sue proprie esperienze. Nel primo caso si parla di comportamento istintivo, nel secondo di comportamento appreso. La nozione di comportamento appreso, tuttavia, implicando l’evoluzione temporale di una condotta, assume valore solo nel dominio descrittivo dell’osservatore, cui appartiene la nozione di tempo. L’organismo, infatti, si comporta sempre e solo nel presente. Affinché un organismo possa apprendere un comportamento, è necessario che allo stato di attività generato dal presentarsi di uno stimolo esperito per la prima volta, stato chiamato ‘’incertezza, segua la sua soppressione. Al ripresentarsi del medesimo stimolo, il sistema nervoso dell’organismo non darà più luogo allo stato di incertezza e l’interazione potrà essere considerata conosciuta.
DESCRIZIONE.
In virtù della propria organizzazione circolare, i sistemi viventi sono sistemi induttivi, predittivi e conservativi: ciò che è accaduto una volta – e che ha funzionato – accadrà di nuovo. Sono anche sistemi storici, poiché la rilevanza che una certa condotta assume in relazione al mantenimento della loro organizzazione circolare è determinata dalla loro storia passata. Durante l’evoluzione dell’organismo, l’allargamento del suo dominio cognitivo ha fatto sì che certi comportamenti cambiassero in maniera proporzionale alla rilevanza che essi andavano assumendo per il mantenimento della loro organizzazione circolare al mutare delle condizioni ambientali.
L’osservatore è in grado di osservare contemporaneamente l’organismo e l’ambiente in cui esso esiste. La nicchia gli appare come quella parte dell’ambiente che realizza il dominio di interazioni dell’organismo e ogni suo comportamento gli appare come una realizzazione della nicchia, o meglio, come una ‘’descrizione’’ dell’interazione che lo ha originato, una descrizione di primo ordine dell’ambiente.
Un organismo può modificare il comportamento di un altro organismo in due modi: per interazione o per comunicazione. Nel primo caso un organismo interagisce con l’altro in maniera tale che ogni comportamento dell’uno dipenda strettamente da quello dell’altro. E’ quanto avviene ad esempio nelle pratiche animali di corteggiamento e lotta. Nel secondo caso, che costituisce la base di ogni comportamento linguistico, un organismo da luogo ad un certo comportamento che, essendo una descrizione della sua nicchia, orienta il secondo organismo verso un’interazione comune al proprio dominio cognitivo e a quello dell’organismo orientante determinando la sintesi di una condotta parallela a quella del primo organismo ma indipendente da essa. La comunicazione tra i due organismi mette in luce una caratteristica dell’ambiente comune alle rispettive nicchie. Il comportamento orientante del primo organismo rispetto al secondo costituisce una descrizione comunicativa di secondo ordine. Essa determina, nel sistema nervoso del secondo organismo, uno specifico stato di attività che materializza le relazioni generate dall’interazione con il primo organismo e rappresenta l’interazione stessa tra i due organismi, ossia il comportamento orientante del primo. Lo stato di attività innescato nel sistema nervoso del secondo organismo costituisce dunque una rappresentazione della descrizione comunicativa. Se il secondo organismo è in grado di interagire con i propri stati interni come se questi fossero entità indipendenti, esso sarà in grado di interagire sia con rappresentazioni di descrizioni comunicative, sia con rappresentazioni delle proprie descrizioni della propria nicchia, dispiegando così una nuova dimensione del proprio dominio di interazioni: il dominio linguistico, ossia l’insieme delle interazioni con rappresentazioni di comportamenti orientanti (descr. Comunicative II ordine) e delle interazioni con rappresentazioni di comportamenti (descr. I ordine proprie dell’organismo).Il dominio linguistico come dominio di interazioni con rappresentazioni di descrizioni comunicative (comportamenti orientanti), richiede almeno due organismi con domini cognitivi confrontabili affinché sia possibile sviluppare un sistema cooperativo di interazioni consensuali. Il dominio linguistico in generale è indipendente dall’organizzazione anatomica degli organismi che partecipano ad esso. Questo avviene perché la coordinazione, in un sistema consensuale, di comportamenti orientanti appresi non comporta un’evoluzione del sistema nervoso. Dominio linguistico e substrato biologico, tuttavia, non sono completamente indipendenti l’uno dall’altro. È l’organizzazione strutturale del nostro sistema nervoso, infatti, che definisce le classi di interazioni accessibili all’organismo; in più il dominio linguistico deve essere necessariamente subordinato al mantenimento della circolarità basilare dell’organismo, cosicché i comportamenti orientanti che lo definiscono sono sempre tali da non compromettere l’organizzazione dell’organismo. Quindi, sebbene la coordinazione di comportamenti orientanti entro un sistema consensuale tra due o più organismi non necessiti di modificazioni dell’organismo in senso biologico, l’evoluzione di questo sistema consensuale dipende ed è dipesa strettamente dalla possibilità di stabilire nuove relazioni tra i domini di interazioni degli organismi, che rendono e hanno reso possibili forme sempre nuove di comunicazione; l’insorgere di nuove relazioni tra due organismi può avvenire esclusivamente se i loro sistemi nervosi sono modificati in maniera tale da prevedere l’accesso a nuove classi di interazioni.  
Se un organismo che genera una descrizione comunicativa attraverso un comportamento orientante, è in grado di interagire con i propri stai interni come se questi fossero entità indipendenti, esso può interagire con lo stato di attività che rappresenta il comportamento orientante messo in atto, generando una nuova descrizione comunicativa che orienta verso la precedente e così via, in maniera ricorsiva potenzialmente infinita (Faccio qualcosa, ho coscienza di ciò che ho fatto, posso descrivere quel qualcosa a qualcuno). Un organismo capace di comportarsi in questo modo diventa un ‘’osservatore’’. Egli genera un discorso come dominio di interazioni con rappresentazioni di descrizioni comunicative.
L’osservatore è capace di auto-descrizione: il suo dominio di interazioni esiste, cioè, anche nella dimensione dell’autocoscienza, l’osservatore è in grado di produrre dei comportamenti orientanti che orientano sé stesso verso sé stesso, è in grado cioè di produrre delle auto-descrizioni comunicative. Interagendo con gli stati di attività corrispondenti a tali auto-descrizioni, cioè con le rappresentazioni delle auto-descrizioni, l’osservatore può generare ulteriori descrizioni comunicative orientate verso l’auto-descrizione e può, in definitiva, descrivere sé stesso.
IL PENSIERO
La capacità di un organismo di interagire, entro il proprio sistema nervoso, con i propri stati interni come se questi fossero entità indipendenti corrisponde a ciò che noi chiamiamo ‘’pensiero’’. Il pensiero è un processo neurofisiologico che, alla pari dei meccanismi di riflesso, determina cambiamenti di stato che conducono ad una certa condotta. Mentre però i meccanismi di riflesso individuano una catena di stati di attività che ha origine da un’interazione entro le superfici sensorie dell’organismo, il pensiero individua una catena di stati di attività che ha origine da un’interazione entro il sistema nervoso stesso.
Il pensiero è indipendente dal linguaggio: l’incapacità dell’emisfero non parlante del nostro cervello di generare un discorso, infatti, non compromette le operazioni di pensiero astratto che la caratterizzano. La mancanza di linguaggio conduce esclusivamente all’incapacità di convertire il pensiero in discorso.
IL LINGUAGGIO NATURALE
Due organismi aventi domini di interazioni confrontabili, (appartenenti, cioè, alla medesima specie)possono sviluppare un sistema convenzionale ma specifico di descrizioni comunicative, il ‘’linguaggio naturale’’, che li orienta verso modalità di cooperazione reciproca. E’ quanto avviene, in maniera particolarmente evidente, nella società dei delfini e in quella della dei primati, che hanno sviluppato sistemi di cooperazione particolarmente efficaci fondati sul comportamento orientante di un membro del gruppo che, dando luogo ad un richiamo o ad una certa condotta motoria, orienta gli altri membri del gruppo entro il loro dominio cognitivo. L’evoluzione del comportamento orientante, che sta alla base del linguaggio naturale, avrebbe condotto al linguaggio come oggi lo conosciamo.
In un sistema vivente comportamento e anatomia sono strettamente connessi l’uno all’altra. Il comportamento dell’organismo è soggetto all’azione della selezione naturale, che determina trasformazioni anatomiche in un processo evolutivo di complicazione crescente. Allo stesso modo, nell’evoluzione del linguaggio, la selezione naturale ha agito sul comportamento orientante determinando importanti trasformazioni anatomiche: in primo luogo una maggiore complessità e varietà del comportamento motorio, evidente nella vocalizzazione e nella capacità di creare ed adoperare strumenti; in secondo luogo un aumento decisivo della corteccia cerebrale e delle interconnessioni neuronali che ha condotto all’espansione del dominio delle interazioni accessibili al sistema nervoso.
Il linguaggio non ha carattere denotativo, ma connotativo. Esso non consiste, cioè, in una trasmissione di informazioni da un organismo ad un altro, esso fa sì che l’organismo orientato si orienti entro il proprio dominio cognitivo coerentemente al messaggio veicolato dal comportamento orientante, ma indipendentemente dalla sua inerenza al dominio cognitivo dell’organismo orientante. Tra un interlocutore e il suo ascoltatore non vi è trasferimento di pensiero: l’ascoltatore comprende ciò che gli viene detto solo nella misura in cui rinviene nel proprio dominio cognitivo i presupposti per la comprensione di quel messaggio. Il linguaggio assume carattere denotativo solo nel dominio cognitivo dell’osservatore, agli occhi del quale la condotta dell’organismo orientato, risultante dall’interazione comunicativa, sembra legata al comportamento orientante da una relazione di tipo causale. L’idea del carattere denotativo del linguaggio sopravvive anche nel parlare quotidiano, nella misura in cui chi parla è erroneamente convinto che chi ascolta abbia il suo medesimo dominio cognitivo, cosa che, in verità, non accade mai, come testimoniato dai frequentissimi fraintendimenti, e che rende impossibile una vera e propria trasmissione di informazioni.
Un’ interazione linguistica tra due interlocutori avviene sempre all’interno di un contesto definito dall’insieme delle interazioni che specificano lo sfondo di riferimento di chi parla e di chi ascolta. Lo stato di attività che nell’organismo orientante da origine all’interazione linguistica costituisce lo sfondo di riferimento di chi parla, lo stato di attività che emerge dall’interazione linguistica e che orienta l’organismo orientato entro il proprio dominio cognitivo costituisce lo sfondo di riferimento di chi ascolta.
Nelle interazioni linguistiche segno e significato non sono separabili funzionalmente. Una sequenza di parole pronunciate determina infatti in chi ascolta una sequenza di orientamenti successivi nel proprio dominio cognitivo ciascuno dei quali è strettamente dipendente dal precedente. A dice a B ‘’Sta arrivando C’’: le parole che compongono l’inferenza di A orientano progressivamente B all’interno del proprio dominio cognitivo ed ognuna di esse è rilevante nella misura in cui la condotta finale di B ne risulta determinata. Inoltre, una successione di descrizioni comunicative, ossia di parole, può costituire essa stessa una descrizione comunicativa in grado di orientare l’ascoltatore verso una certa prospettiva che influenzerà a sua volta l’orientamento determinato dalla descrizione comunicativa successiva.
Le norme della sintassi e della grammatica che individuano in un’interazione linguistica certe regolarità tra una parola pronunciata e lo stato generato nell’ascoltatore in seguito all’ascolto, esistono solo ed esclusivamente nel dominio descrittivo dell’osservatore. Gli stati di attività che conducono due interlocutori ad assumere una certa condotta durante o in seguito ad una conversazione non sono vincolati l’uno all’altro da rapporti di causa-effetto.
Il comportamento linguistico come insieme di stati di attività neuronale coordinati all’interno di un dominio consensuale non differisce nella sua genesi neurofisiologica da qualunque altro comportamento coordinato innato o appreso, quale camminare, volare, suonare uno strumento.  Tutte queste condotte sono, infatti, ugualmente specificate al livello del sistema nervoso da una serie di stati ricettori ed effettori. La particolarità del comportamento linguistico sta nella rilevanza che esso assume per il mantenimento della circolarità basilare dell’organizzazione dei sistemi viventi nella misura in cui consente loro di interagire in un dominio consensuale di interazioni orientanti.
MEMORIA E APPRENDIMENTO

L’apprendimento è un processo storico che consiste nella trasformazione, attraverso l’esperienza, del comportamento di un organismo conformemente alla necessità di conservarne la circolarità basilare. Le trasformazioni comportamentali veicolate dall’apprendimento avvengono o attraverso una variazione nella sequenza di stati neuronali che frutto di una data interazione definiscono una condotta, o attraverso variazioni nelle regole di transizione da uno stato all’altro. Agli occhi dell’osservatore, nel cui dominio cognitivo è prevista la nozione di tempo, una condotta appresa appare come risultato dell’intervento nel presente del ricordo di un’esperienza passata. Per l’organismo, invece, che agisce sempre e solo nel presente, l’apprendimento è un processo di trasformazione dal carattere atemporale: L’ottimizzazione di una certa condotta attraverso l’apprendimento avviene come sintesi dei cambiamenti strutturali del sistema nervoso di volta in volta riconosciuti necessari al mantenimento della circolarità basilare dell’organismo nel corso di molte interazioni ugualmente dirette. La ‘’memoria’’ come magazzino di rappresentazioni dell’ambiente che intervengono nel presente sottoforma di ricordi esiste solo nel dominio descrittivo dell’osservatore e non esiste come funzione neurofisiologica. Al livello dell’organismo, ciò che l’osservatore chiama ‘’ricordo’’ o ‘’memoria’’ corrisponde alla capacità del sistema vivente di sintetizzare un comportamento a partire dal suo stato di attività presente e attuale. Quando un organismo sperimenta per la prima volta una certa interazione, nel suo sistema nervoso si manifesta uno stato peculiare che prende il nome di ‘’incertezza’’ e che viene soppresso subito dopo il termine dell’esperienza. Al ripresentarsi della medesima interazione, il sistema nervoso dell’organismo non manifesterà più l’incertezza originaria e l’interazione potrà essere considerata ‘’conosciuta’’ senza l’intervento nel presente del ricordo dell’esperienza precedente. Quando un organismo sperimenta per la prima volta un’interazione e il suo sistema nervoso,compiendo un errore, non manifesta lo stato di incertezza, l’interazione viene trattata come conosciuta e si verificano fenomeni come il Déjà-vu. Quando un organismo sperimenta invece un’interazione conosciuta e il suo sistema nervoso manifesta per errore lo stato di incertezza, l’interazione viene trattata come sconosciuta e si verificano fenomeni di perdita di memoria recente.